Global Goals 2030
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Global Goals 2030, un progetto comune per ridisegnare il nostro futuro

Una delle cose più straordinarie che abbiamo ricevuto come essere umani è il desiderio inestinguibile di sognare una vita migliore. Ancora meglio, abbiamo anche l’abilità di stabilire degli obiettivi (tipo Global Goals 2030) per vivere quel sogno.

Il 27 settembre 2018, a New York, si è svolto il Third UN High-Level Meeting delle Nazioni Unite sulle cosiddette malattie non trasmissibili (non communicable diseases, NCDs). Pochi oggi ignorano che le malattie non trasmissibili sono tumori, malattie cardiache, polmonari, mentali e metaboliche.

Secondo l’ultima indagine ISTAT del 2017 le NCDs sono in crescita, infatti pare che il 39,1% dei residenti in Italia dichiari di essere affetto da almeno una di quelle rilevate (scelte tra una lista di 15 malattie o condizioni croniche), attestando un dato in aumento rispetto al 2015. Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età più adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 53,0%, e tra le persone ultrasettantacinquenni la quota raggiunge l’85,3%.

Global Goals 2030: quali sono gli obiettivi?

L’obiettivo delle UN è ridurre di 1/3 la mortalità prematura da NCD entro il 2030, soprattutto attraverso la prevenzione e la riduzione dei principali fattori di rischio, potenziando i finanziamenti, promuovendo partnership multisettoriali e leadership politiche.

Quando andavo alla facoltà di Medicina, le due varietà di diabete mellito erano “esordio giovanile” e “insorgenza adulta”. Solo da allora – nell’ultimo quarto di secolo, più o meno – la terminologia è diventata prima bizzarra, poi obsoleta e abbandonata. I termini di routine sono ora “tipo 1” per la varietà che è una condizione autoimmune che richiede insulina e “tipo 2” per la varietà generalmente presagita dall’obesità e dalla resistenza all’insulina.

Quest’ultima varietà era precedentemente considerata adulta, ma oggi si verifica abitualmente nei bambini, propagata da un’epidemia di obesità infantile che semplicemente non ci siamo presi la briga di aggiustare adeguatamente, ma per la quale ci lamentiamo e strizziamo le mani.

In un sondaggio sugli adulti con diabete, solo il 25% degli adulti ha riferito di seguire un piano alimentare salutare tutti i giorni. Solo il 17% ha partecipato a 30 minuti di attività fisica tutti i giorni. È interessante notare che solo il 13% della popolazione diabetica intervistata usava App per aiutarsi con le proprie condizioni patologiche e che la maggior parte di essa soffriva di diabete di tipo 1.

La storia dei diabetici viene ripetuta allo stesso modo per tutte le altre malattie croniche. Anche con una condizione che può essere migliorata o almeno rallentata con una migliore alimentazione e attività fisica, i malati non riescono a farlo.

Per approfondire: ritenzione idrica, cos’è e come si risolve

 

Cos’è accaduto al desiderio di una vita migliore?

Sembra che sfortunatamente stiamo combattendo contro i nostri programmi di base alimentati dalla più primitiva delle nostre unità, i geni. Una teoria evoluzionistica piuttosto nota suggerisce la presenza di geni parsimoniosi grazie ai quali il nostro corpo è programmato per immagazzinare il grasso in modo efficiente durante i periodi di abbondanza per poi sostenersi energeticamente quando il cibo è meno disponibile.

Questo sicuramente andava bene quando eravamo cacciatori/raccoglitori o anche semplicemente più attivi fisicamente, ma oggi le popolazioni del mondo sono diventate sempre più sedentarie e molto meno attive. Si stima che l’uomo dell’età della pietra spendesse circa 1.240 kcal in attività fisica e consumasse 2.900 kcal mentre l’uomo moderno impieghi solo 555 kcal in attività fisica e consumi 2.030 kcal.

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Le nostre pulsioni di base ci conducono quindi a cercare il cibo e se possiamo farlo con il minimo sforzo, allora tanto meglio. Mangiare quando possiamo, perché necessario e/o piacevole, immagazzinare più energia possibile e muoversi il minimo indispensabile. Quando manca un driver esterno che spinge al movimento è molto difficile per la maggior parte delle persone esercitare auto-controllo al fine di svolgere attività fisica sempre e comunque. Molto spesso, anche quando le persone trovano la motivazione per dedicarsi all’attività fisica, riescono a mantenerla solo per un breve periodo di tempo.

Da leggere: abitudini alimentari sane per mantenersi in forma

 

Il ruolo della tecnologia in questo equilibrio

La tecnologia è stata in gran parte responsabile di averci condotto verso una vita sempre più sedentaria. Il trasporto, ad esempio, ha avuto un ruolo importante nel rimuovere la necessità di camminare. Ancor peggio, i computer ci hanno incoraggiato a essere completamente statici per la maggior parte del tempo delle ore di veglia e le continue modifiche apportate al posto di lavoro hanno rimosso anche le attività motorie più semplici dal quotidiano. I problemi di salute che sono derivati da tali cambiamenti sono scritti per la prima volta nella storia dell’Umanità. Televisione, computer e telefoni cellulari stanno completando il lavoro per tenerci incollati ad una seduta anche al di fuori del lavoro.

Quale può essere la soluzione a questo disastro sociale? Certamente apportare degli opportuni e completamenti alle politiche sanitarie attuali. La Medicina dello Stile di Vita, meglio conosciuta come Lifestyle Medicine, è una fiorente disciplina di matrice ippocratica che negli ultimi decenni si sta espandendo a macchia d’olio su tutto il Globo.

La Lifestyle Medicine, approdata anche in Europa grazie al contributo della “Mediterranean Society of Lifestyle Medicine – MSLM”, Organizzazione Non Governativa tutta italiana, propone una applicazione educativa della Medicina in luogo di quella riparativa applicata dai Sistemi Sanitari sinora. Intervenire educando i sani a non ammalarsi e i malati a guarire e non ammalarsi più.

Da leggere: i migliori siti di salute in Italia

 

Global Goals 2030: quale idea per il futuro?

Forse a qualcuno, persino a molti, potrà apparire fantasioso. Ma i progressi in ambito neuroscientifico confermano che il cervello umano si rinnova e si plasma sulla scorta delle informazioni immagazzinate quotidianamente e questo processo educativo, per quanto richieda tempo ed impegno, è l’unica speranza che abbiamo di poter epigeneticamente intervenire su un futuro che appare già disegnato.

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